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Coralia, numero speciale, giugno 2011

Per il 35° di fondazione

Donato e Leonida Paterlini

Caro Marco,

ricordi la primavera del 2008, giusto tre anni fa, quando tu chiedesti a mio padre se se la sarebbe sentita di scrivere una riflessione, un commento, un ricordo, in occasione del 35° anno di fondazione del coro?

Ricorderai anche che accettò con gioia l’impegno – con gioia ma anche con molta apprensione – e che tuttavia ad ogni tua visita la sua promessa (“ci proverò”) non riusciva a concretizzarsi. E sai come poi andarono le cose.

Quello che forse non sai, ma che ti puoi immaginare, è che si sentì davvero mortificato per non essere riuscito a tener fede alla parola data. In realtà non promise mai nulla: era ben consapevole dei limiti imposti dalla malattia e si cautelava dicendo appunto che “ci avrebbe provato”; ma sappiamo bene che per lui il “provarci” era assai prossimo a una solenne promessa.

Un’altra cosa che non sai, ma anche questa facilmente intuibile, è che tentò pervicacemente più e più volte di portare a termine il compito accolto sviluppando le idee che gli si affollavano alla mente.

Uno degli ultimi contributi che ho letto è quello di Andrea Bongiovanni. Andrea ha centrato perfettamente uno dei più grandi crucci di mio padre: l’impossibilità di poter raccogliere i suoi pensieri e gli stimoli della giornata nella forma che amava di più, la scrittura. La scrittura nel senso più primitivo della parola: ossia nella fisicità tattile, olfattiva ed anche uditiva della carta solcata dalla penna, anzi, dalle sue innumerevoli matite e penne di tutti i tipi e di tutti i colori che frusciavano sopra innumerevoli tipi di carta per consistenza, formato e grana.

La sua scrittura era un processo elaborato di stratificazioni di stesure e continui rimaneggiamenti per addizione o sottrazione alla ricerca della forma che meglio esprimesse il pensiero soggiacente; e mai trovava una versione definitiva che lo soddisfacesse appieno. Ciò che risultava essere la versione ufficiale era la conseguenza della scadenza del tempo entro cui doveva essere scritto. Senza di essa avrebbe potuto continuare all’infinito, come dimostrano certa prosa o certi spartiti che nel corso del tempo sono stati ripresi e rimodellati fino agli ultimi anni.

All’inizio del 2008 era stato dotato dal Servizio Ausili di un computer con un puntatore laser che gli consentì per qualche tempo di poter scrivere muovendo il capo e cliccando con il dito indice destro, che a quel tempo era l’ultima risorsa di autonomia motoria. Non era come scrivere sulla sua amatissima carta. Non c’era fisicità diretta o fluidità di movimento, ma coordinazione meccanica. E poi si stancava presto e si innervosiva per gli errori grammaticali. Aveva tenuto una specie di diario per un paio di mesi, riempiendo una pagina e mezzo di scheletriche note a corpo 18 (anche gli occhi lo tradivano) lontane anni luce da quella prosa ricca e distesa che rendeva così peculiare il suo stile.

Iniziò dunque a cimentarsi con il 35° anniversario: scriveva, cancellava, riprendeva innumerevoli volte, ma le idee erano fugaci e spesso evaporavano prima che riuscisse a fissarle. All’inizio da solo e poi con il mio aiuto: lui dettava e io scrivevo. Ci fermavamo presto: la stanchezza anche solo per concentrarsi alla ricerca di “quella determinata” parola e l’afflizione di non riuscire a proseguire come avrebbe voluto avevano il sopravvento. Ma questo significava per lui scrivere: spasmodico slancio alla forma migliore e nessuna delega ad altri.

Alla fine rimase una paginetta scarsa incompiuta, con diverse parti scollegate fra loro, che rappresentava una grande delusione per lui. Preferì lasciarla andare e dimenticarla. Mi chiese di cancellarla. Non lo feci, però l’abbandonai anche io in una memoria esterna. Mi è ritornata in mente quando cercavo materiale da darti. L’ho letta. Mi ha commosso, per tanti ovvi motivi, ma soprattutto perché attraverso essa e la delusione di cui è portatrice, mio padre cedette alla malattia una parte preziosa di sé, lui che era un lottatore, accettandola. Di lì a poco anche il dito indice destro si fermò precludendogli anche questa opportunità di scrittura.

Ci ho pensato a lungo, poi ho deciso: forse non sarebbe contento di ciò che sto facendo, ma questo è a tutti gli effetti il suo ultimo documento, la sua ultima testimonianza scritta, che a mio avviso conserva e sintetizza intatti i temi e i messaggi di tutta la sua vita artistica e spirituale.

Quindi, Marco, l’affido a te e ai Ragazzi.

Il testo è così come era. Io ho solo cercato di raccordare le parti slegate fra loro. È evidentemente monco: manca la conclusione. Ma forse è giusto così: come in certi racconti o in certi film ognuno può immaginarsela come gli è più congeniale.

Ciao. Donato.

L’idea di ornare la festa del nostro Santo Patrono con una serata corale di canto sacro, al riparo dalle luci e dal clamore di piazza, era già presente alla fondazione del coro, anche se il primo Concerto di San Giovanni, con questi intenti precisi così come appariva nei titoli del pieghevole, è stato in occasione del 24 giugno 1987 (XV anno dalla fondazione).
Si può dunque affermare che il Concerto di S. Giovanni, istituito per chiudere in festoso raccoglimento la solennità del Battista, giunge quest’anno (2008) alla trentacinquesima edizione.
Ovviamente anche i Ragazzi Cantori, che del Concerto ne sono l’anima e l’espressione, compiono il loro trentacinquesimo anniversario di fondazione. Tappa importante: un terzo di secolo di attività ininterrotta è certamente un risultato considerevole. Basta dare un rapido sguardo retrospettivo, dalle prime incerte polifonie ad oggi, per rendersi conto del lungo e assiduo percorso di affinamento e di qualificazione che ha gradatamente portato a maturare la qualità vocale e la scelta specifica del repertorio.
Di questa maturazione ne è documento l’annuale Concerto di S. Giovanni, che in tutto questo tempo ha raccolto ciò che di meglio il coro ha prodotto.
Altra ricorrenza memorabile è il ventennale dell’entrata delle ragazze nella compagine corale (fino ad allora rigorosamente maschile). Fu questa una scelta sofferta, causata dalla carenza di ricambio delle voci acute, rivelatasi poi quanto mai propizia e salutare.
Ultima ricorrenza (non di importanza) è il terzo anniversario del maestro e amico carissimo Marco Arlotti alla cura e direzione dei Ragazzi Cantori, avvenuta nel settembre 2005 e causata dall’improvviso ritiro del sottoscritto. La preziosa disponibilità di Marco, già organista della Collegiata e del coro dal 1982, sicuramente ha permesso al coro di proseguire il suo cammino, ma soprattutto attraverso il suo magistero lo porterà verso nuovi e proficui lidi.
Nel silenzio del mio forzato riposo spesso amo riandare col pensiero alla mia trentennale attività corale, indugiando sul lavoro svolto, sulle fatiche superate, sugli esiti ottenuti, ricevendone sempre conforto e letizia.
Quanta strada fatta insieme! Molto l’impegno profuso per una vita di concordia e di unità di intenti, a maturare nella vocazione corale; molto abbiamo fatto: molte cose buone, alcune ottime. Cose che ormai sono sotto gli occhi di tutti.
Ma ora è diverso: il coro è più nutrito e di ottima vocalità e con rinnovate energie ha iniziato questa sua terza vita. Ricordiamo però che noi, voi!, siete cantori di Chiesa, portati ad allietare lo spirito, non a suscitare applausi, per cui, cosa sarebbe l’Ave Verum del grande salisburghese se chi la canta pensasse solo a Mozart e non al testo sublime che la sorregge!